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TUS

Scheda rischio

Scivolamenti e cadute in piano

Giulio Morelli

RSPP — Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione

Il rischio in breve

Scivolamenti, inciampi e cadute sullo stesso livello — le cosiddette cadute in piano — sono la tipologia di infortunio più diffusa e più trasversale: colpiscono l’edilizia come l’ufficio, la cucina come il magazzino. Raramente sono mortali, e proprio per questo vengono sottovalutate: nelle statistiche INAIL restano però tra le prime cause di giornate di lavoro perse, con distorsioni, fratture di polso e anca, contusioni e traumi cranici. Un rischio “banale” che produce numeri tutt’altro che banali.

Cosa dice la norma

Non esiste un titolo del Testo Unico dedicato allo scivolamento: l’obbligo discende dalle disposizioni generali sui luoghi di lavoro, contenute nel Titolo II e, soprattutto, nell’Allegato IV. Quest’ultimo prescrive che i pavimenti dei locali siano fissi, stabili e antisdrucciolevoli, privi di protuberanze, cavità o piani inclinati pericolosi, e che le aperture nel suolo siano protette.

I due riferimenti operativi:

RiferimentoCosa impone
Art. 63I luoghi di lavoro devono rispettare i requisiti di salute e sicurezza dell’Allegato IV, pavimenti compresi
Art. 64Il datore di lavoro mantiene i luoghi in condizioni di ordine e pulizia e garantisce la manutenzione degli ambienti

Il rischio va inoltre individuato e trattato nella valutazione generale ex art. 28, e le aree temporaneamente pericolose (pavimento bagnato, dislivelli) vanno evidenziate con la segnaletica prevista dal Titolo V.

Come si valuta

La valutazione è essenzialmente osservativa e per aree, non strumentale come per rumore o vibrazioni. Il metodo tipico:

  1. Mappatura dei percorsi: si segue il tragitto reale delle persone (ingressi, corridoi, scale, zone di transito muletti-pedoni) individuando i punti dove qualcuno può scivolare o inciampare.
  2. Analisi dei fattori di rischio: per ciascun punto si esaminano superficie del pavimento, presenza di contaminanti (acqua, oli, farine, residui di lavorazione), illuminazione, ordine, dislivelli e tipo di calzatura in uso.
  3. Uso dello storico: infortuni pregressi e near miss segnalano da soli le aree critiche; un magazzino che accumula scivolate all’ingresso nei giorni di pioggia ti sta indicando dove intervenire.
  4. Scivolosità della superficie: dove serve un dato oggettivo — capitolati di appalto, contenziosi, nuove pavimentazioni — si ricorre al coefficiente di attrito, misurato secondo le norme tecniche di settore.

Le misure, in ordine di priorità

  1. Strutturali: scelta di pavimentazioni con resistenza allo scivolamento adeguata all’ambiente (più elevata dove il pavimento è normalmente umido), eliminazione dei dislivelli isolati o loro evidenziazione cromatica, rampe al posto dei gradini singoli, drenaggio nelle aree a rischio ristagno.
  2. Organizzative: sono le più efficaci sul quotidiano. Procedure di pulizia che non lascino il pavimento bagnato durante il transito, gestione immediata degli spandimenti, ordine dei percorsi (niente pallet, cavi o cartoni sulle vie di passaggio), tappeti antipolvere agli ingressi nei giorni di pioggia. La redazione del DVR deve tradurre queste regole in istruzioni operative assegnate a qualcuno.
  3. Segnaletica: cartelli mobili “pavimento bagnato” durante le pulizie, strisce antiscivolo sui gradini, evidenziazione dei dislivelli.
  4. DPI: calzature con suola antiscivolo dove il rischio residuo lo richiede, scelte in base alla superficie e al contaminante reali. La gestione dei DPI richiede consegna documentata e sostituzione quando la suola è usurata: una scarpa antiscivolo con battistrada liscio non protegge più.

Errori comuni

  1. “Non c’è rischio, è solo un pavimento”: liquidare la voce nel DVR è tra gli autogol ispettivi più frequenti, perché il rischio esiste ovunque si cammini e gli infortuni lo dimostrano.
  2. Lavare il pavimento nell’orario di punta: la pulizia mal programmata crea proprio il pericolo che dovrebbe prevenire; va fatta in fasce a basso transito e sempre segnalata.
  3. Comprare la scarpa antiscivolo e chiudere la pratica: il DPI è l’ultima misura, non la prima. Se il pavimento resta bagnato e ingombro, la calzatura da sola non basta.
  4. Ignorare la manutenzione: piastrelle rotte, zerbini arricciati, illuminazione fulminata nei corridoi e grondaie che allagano l’ingresso trasformano un ambiente a norma in un ambiente pericoloso nel giro di poche settimane.

Domande frequenti

  • Le cadute in piano vanno valutate anche in un ufficio?

    Sì. Il rischio va valutato in ogni ambiente di lavoro ai sensi dell'art. 28, indipendentemente dal settore. In ufficio i fattori tipici sono cavi volanti, pavimenti appena lavati, gradini isolati non segnalati e tappeti che si arricciano: bassa energia, ma alta frequenza di infortuni con giorni di assenza.

  • Le calzature antiscivolo sono obbligatorie?

    Non esiste un obbligo generalizzato: la calzatura con suola antiscivolo è un DPI da fornire quando la valutazione dimostra che le misure su pavimento, pulizia e organizzazione non azzerano il rischio residuo, come in cucine, reparti umidi o piattaforme esposte alle intemperie. Va scelta in funzione della superficie e del contaminante reali.

  • Un pavimento bagnato senza segnalazione è una violazione?

    La mancata segnalazione di un'area temporaneamente scivolosa espone a contestazioni sugli obblighi relativi ai luoghi di lavoro e alla segnaletica di sicurezza, oltre che a responsabilità in caso di infortunio. Per gli importi esatti delle sanzioni si rinvia sempre al testo vigente del D.Lgs. 81/2008.