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TUS

Scheda rischio

Lavoro al freddo e celle frigorifere

Giulio Morelli

RSPP — Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione

Il rischio in breve

Il freddo intenso sottrae calore al corpo più velocemente di quanto l’organismo riesca a produrne. Le conseguenze vanno dal semplice calo di destrezza e attenzione — che aumenta gli errori e gli infortuni meccanici — fino a congelamenti localizzati (mani, piedi, viso) e, nei casi estremi, ipotermia. Riguarda tanto il lavoro all’aperto in inverno quanto ambienti freddi tutto l’anno: celle frigorifere, magazzini del surgelato, macelli, laboratori del freddo.

Cosa dice la norma

Il freddo rientra tra gli agenti fisici definiti dal Titolo VIII, Capo I (art. 180), che include espressamente le condizioni di microclima severo. A differenza del rumore o delle vibrazioni, però, il legislatore non fissa valori di azione o valori limite numerici per lo stress termico: la disciplina resta quella generale della valutazione dei rischi.

Gli obblighi si costruiscono quindi su più pilastri:

RiferimentoCosa impone
Titolo VIII, Capo IValutazione degli agenti fisici, tra cui il microclima severo
Titolo I (valutazione e misure generali)Obbligo di valutare tutti i rischi e adottare le misure di tutela, comprese quelle organizzative
Allegato IVRequisiti dei luoghi di lavoro: temperatura adeguata all’organismo, protezione da freddo e correnti d’aria, locali di riposo quando le condizioni lo richiedono

Per i valori tecnici puntuali e i metodi di calcolo si rinvia alle norme di buona tecnica citate più avanti e alla documentazione ufficiale.

Come si valuta

La valutazione del rischio da freddo è analitica e per mansione, non una formula unica:

  1. Caratterizzazione dell’ambiente: temperatura dell’aria, velocità dell’aria (le correnti in cella e il vento all’aperto pesano molto), umidità, tempo di permanenza per turno.
  2. Attività fisica svolta: un magazziniere che movimenta bancali produce calore metabolico diverso da chi svolge controlli statici allo stesso banco.
  3. Abbigliamento: si stima l’isolamento termico dell’abbigliamento realmente indossato rispetto a quello necessario a mantenere l’equilibrio termico.
  4. Indici di riferimento: per gli ambienti freddi si usano gli indici delle norme tecniche della serie UNI EN ISO (ad esempio l’indice IREQ di isolamento richiesto e, all’aperto, l’indice di raffreddamento da vento wind chill). Il percorso di valutazione del microclima spiega quando servono strumenti e quando basta un’analisi qualitativa.

Un esempio concreto: in una cella a temperatura negativa non conta solo il termometro, ma la combinazione di aria fredda in movimento dagli evaporatori e di pause troppo brevi tra un ingresso e l’altro; è lì che l’esposizione reale diventa critica.

Le misure, in ordine di priorità

  1. Alla fonte e organizzative: ridurre i tempi di permanenza continuativa in ambiente freddo, alternare mansioni calde e fredde, schermare le correnti d’aria dirette sui posti di lavoro, contenere l’umidità. Fondamentale è predisporre un locale di riscaldamento dove effettuare pause di recupero e bevande calde a disposizione.
  2. Cicli lavoro-recupero: definire nel DVR la durata dei turni in cella e la cadenza delle pause, tarandole sulla temperatura effettiva. Un ingresso continuativo di ore in cella a temperatura molto bassa non è gestibile con la sola buona volontà del lavoratore.
  3. DPI termici: abbigliamento a strati, guanti e calzature isolanti, copricapo, protezione del viso all’aperto. La gestione dei DPI richiede consegna documentata e taglie adeguate: un guanto troppo spesso che impedisce la presa sposta il rischio dal freddo al meccanico.
  4. Formazione e sorveglianza dei sintomi: i lavoratori devono riconoscere i primi segni di ipotermia e congelamento e non lavorare da soli in ambienti freddi isolati, dove un malore può non essere visto in tempo.

Sorveglianza sanitaria

Non c’è un obbligo automatico di sorveglianza legato al superamento di una soglia, come accade per altri agenti fisici. La sua attivazione discende dalla valutazione dei rischi e dal protocollo definito dal medico competente, che la prevede tipicamente per esposizioni continuative a basse temperature. Meritano attenzione particolare i lavoratori con patologie cardiovascolari, respiratorie, muscolo-scheletriche o vascolari periferiche (fenomeno di Raynaud), per i quali il freddo è un fattore aggravante da tradurre in un giudizio di idoneità mirato.

Errori comuni

  1. Confondere la temperatura del prodotto con quella del lavoratore: la cella è fredda perché deve esserlo per gli alimenti, ma il rischio va valutato sulla persona, non sul processo.
  2. Ignorare le correnti d’aria: due celle alla stessa temperatura espongono in modo diverso se in una l’aria degli evaporatori investe direttamente il posto di lavoro.
  3. Affidarsi solo alla giacca: senza cicli di recupero e locale caldo, nessun DPI regge un’esposizione prolungata.
  4. Trascurare il lavoro isolato: chi entra da solo in una cella surgelati con la porta che può bloccarsi somma rischio da freddo e rischio da isolamento, e va gestito con procedure e sistemi di allarme dedicati.

Domande frequenti

La temperatura di una cella frigorifera è fissata per legge?

No. Il D.Lgs. 81/2008 non impone un valore minimo di temperatura per le lavorazioni al freddo: la temperatura di esercizio è dettata dal processo (conservazione degli alimenti, catena del surgelato). L'obbligo del datore di lavoro è valutare lo stress termico che ne deriva per i lavoratori e adottare misure adeguate.

Serve la sorveglianza sanitaria per chi lavora in cella frigorifera?

Il freddo non ha un obbligo automatico di sorveglianza come il rumore sopra i valori d'azione. La sua attivazione discende dalla valutazione dei rischi e dal giudizio del medico competente, che tipicamente la prevede per esposizioni continuative a temperature molto basse o per lavoratori con patologie predisponenti.

Ogni quanto vanno fatte le pause di riscaldamento?

Non esiste una cadenza unica valida per tutti: dipende dalla temperatura, dall'abbigliamento e dall'intensità del lavoro. La regola operativa è definire cicli lavoro-recupero nel DVR e mettere a disposizione un locale caldo dedicato, tarando la durata delle pause sull'esposizione effettiva della mansione.

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