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Guida · Valutazioni · 11 min di lettura

Microclima: quando valutarlo e con quali indici

Giulio Morelli

RSPP — Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione

Il microclima è uno dei rischi più sottovalutati perché non ha un valore limite unico da confrontare come il rumore. Non tutti gli ambienti vanno misurati allo stesso modo: la chiave è capire in quale categoria ricade l’ambiente e scegliere l’indice giusto. Vediamo come impostare la valutazione senza sprecare strumentazione dove non serve, e senza liquidare con una frase un rischio che in reparto è reale.

Passo 1 — Inquadra l’obbligo normativo

Il microclima è espressamente elencato tra gli agenti fisici dall’art. 180 del D.Lgs. 81/2008, insieme a rumore, vibrazioni e campi elettromagnetici. Ne consegue che si applicano i criteri generali di valutazione dell’art. 181, all’interno della valutazione di tutti i rischi richiesta dall’art. 28. A monte c’è comunque il requisito dei luoghi di lavoro dell’Allegato IV: temperatura, umidità e aerazione devono essere adeguate al tipo di lavoro e agli sforzi fisici richiesti. In pratica il microclima ha due volti: il comfort negli ambienti normali e lo stress termico in quelli severi.

Passo 2 — Classifica l’ambiente

Prima di misurare qualsiasi cosa, decidi in quale delle tre famiglie ricade ogni ambiente omogeneo:

  • Ambienti moderati: uffici, negozi, aule, la maggior parte delle postazioni sedentarie. Qui l’obiettivo è il benessere termico.
  • Ambienti caldi severi: fonderie, vetrerie, cucine industriali, lavorazioni vicino a forni, ma anche lavoro all’aperto d’estate. L’obiettivo è prevenire il colpo di calore.
  • Ambienti freddi severi: celle frigorifere, magazzini refrigerati, lavorazioni alimentari, lavoro all’aperto invernale. L’obiettivo è prevenire l’ipotermia e i danni locali da freddo.

Questa classificazione, spesso trascurata, determina tutto il resto: metodo, indice e strumentazione.

Passo 3 — Rileva i parametri di base

Qualunque sia la famiglia, i parametri fisici da considerare sono sempre gli stessi quattro: temperatura dell’aria, temperatura media radiante, umidità relativa e velocità dell’aria. A questi si aggiungono due variabili legate alla persona: il dispendio metabolico connesso alla mansione (un magazziniere che movimenta carichi non è un impiegato seduto) e l’isolamento termico del vestiario. Negli ambienti moderati una rilevazione con centralina microclimatica in condizioni rappresentative è quasi sempre sufficiente; negli ambienti severi la rilevazione va ripetuta nei momenti critici della giornata e dell’anno.

Passo 4 — Scegli l’indice giusto

Ogni famiglia ha il suo indice di riferimento, definito da specifiche norme tecniche:

  1. Ambienti moderati → PMV/PPD. Il Voto Medio Previsto (PMV) e la Percentuale Prevista di Insoddisfatti (PPD) stimano quante persone giudicheranno l’ambiente troppo caldo o troppo freddo. Sono l’indice del comfort, definiti dalla norma tecnica di riferimento sugli ambienti termici moderati.
  2. Ambienti caldi → WBGT. L’indice di temperatura a bulbo umido e globotermometro (WBGT) confronta il carico termico con valori di riferimento che dipendono dal dispendio metabolico e dall’acclimatazione. È lo strumento standard per lo stress da caldo.
  3. Ambienti freddi → IREQ. L’indice IREQ stima l’isolamento del vestiario necessario a mantenere il bilancio termico; dove non è raggiungibile, si definiscono tempi limite di esposizione e cicli di recupero al caldo.

Riporta nel documento quale norma tecnica hai applicato e i valori di riferimento della norma stessa, senza inventare soglie: se un dato ti è incerto, rinvia alla fonte ufficiale anziché scrivere un numero a memoria.

Passo 5 — Definisci le misure

L’esito non è un voto ma un piano. Negli ambienti moderati le misure sono spesso semplici: taratura degli impianti HVAC, schermatura delle vetrate, eliminazione delle correnti d’aria sulle postazioni. Negli ambienti caldi si lavora su misure organizzative — turnazione, pause in area climatizzata, disponibilità di acqua, acclimatazione graduale dei nuovi assunti — prima ancora che sui DPI. Nel freddo contano il vestiario adeguato, i locali di riscaldamento e la limitazione dei tempi di esposizione. Un esempio concreto: in una cucina di ristorazione collettiva non basta scrivere “garantire aerazione”; serve indicare la cappa dimensionata, il ricambio d’aria e la rotazione degli addetti alla zona cottura.

Passo 6 — Collega sorveglianza sanitaria e formazione

Dove la valutazione evidenzia uno stress termico significativo, il medico competente entra nel merito: alcune condizioni di salute rendono più vulnerabili al caldo o al freddo, e il giudizio di idoneità ne deve tenere conto. Coordina quindi la valutazione con la sorveglianza sanitaria e informa i lavoratori sui sintomi precoci del colpo di calore e dell’ipotermia. La scelta dei DPI — indumenti da freddo, vestiario riflettente — chiude il cerchio, ma resta l’ultima linea, dopo le misure tecniche e organizzative.

Passo 7 — Documenta e programma la revisione

La sezione microclima del DVR va scritta come le altre valutazioni specifiche: metodo, strumentazione, condizioni di rilievo, indice applicato, esito e misure con responsabili e tempi. Ricorda che il microclima cambia con le stagioni e con le modifiche di impianto o di layout: la valutazione va riletta al variare delle condizioni, non archiviata dopo un’unica campagna estiva.

Checklist della valutazione microclimatica

  • Ambienti classificati in moderati, caldi severi o freddi severi
  • Parametri fisici rilevati (temperatura, radiante, umidità, velocità aria)
  • Dispendio metabolico della mansione e isolamento del vestiario stimati
  • Indice coerente con l’ambiente (PMV/PPD, WBGT o IREQ) e norma tecnica citata
  • Condizioni e momenti di rilievo rappresentativi (giornata e stagione)
  • Misure tecniche, organizzative e DPI con responsabili e tempi
  • Raccordo con medico competente, formazione e informazione ai lavoratori
  • Criterio di aggiornamento stagionale o al variare di impianti e layout

Domande frequenti

Il microclima va sempre valutato in modo strumentale?

No. Negli ambienti termicamente moderati — la maggior parte degli uffici e dei negozi — di norma basta una valutazione qualitativa dei parametri e delle segnalazioni di disagio. La misura strumentale con indici diventa necessaria quando le condizioni sono severe (caldo o freddo) o quando i lavoratori lamentano un disagio ricorrente non risolvibile con semplici accorgimenti.

Che differenza c'è tra comfort termico e stress termico?

Il comfort riguarda il benessere: si valuta con gli indici PMV/PPD negli ambienti moderati per capire quanti occupanti sono insoddisfatti. Lo stress termico riguarda invece la sicurezza e la salute in condizioni estreme: nel caldo si usa l'indice WBGT, nel freddo l'IREQ, per stimare il rischio di colpo di calore o di ipotermia e definire tempi di lavoro e recupero.

Il microclima è un agente fisico ai sensi del Testo Unico?

Sì. L'art. 180 del D.Lgs. 81/2008 elenca il microclima tra gli agenti fisici, quindi si applicano i criteri di valutazione dell'art. 181. In parallelo restano i requisiti dei luoghi di lavoro dell'Allegato IV, che impone condizioni di temperatura, umidità e aerazione adeguate alla mansione.

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