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Scheda rischio

Idrocarburi policiclici aromatici (IPA)

Giulio Morelli

RSPP — Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione

Il rischio in breve

Gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) sono una grande famiglia di composti formati da più anelli aromatici condensati. Non vengono quasi mai usati come prodotto: si generano dalla combustione incompleta di materiale organico (carbone, legno, oli, carburanti) e sono presenti in fuliggine, catrame, pece di carbone, bitumi, creosoto e fumi di combustione. Diversi IPA — il benzo(a)pirene è il marcatore più noto — sono classificati cancerogeni per l’uomo e alcuni anche mutageni: l’esposizione prolungata è associata al tumore della pelle, del polmone e della vescica. Come per tutti i cancerogeni non esiste una dose “di sicurezza”; il danno, a lunga latenza, si previene alla fonte. Una caratteristica da non dimenticare è l’importante assorbimento cutaneo, che rende insufficiente la sola protezione respiratoria.

Cosa dice la norma

La collocazione dipende dalla classificazione della miscela o del processo. Le lavorazioni che espongono a IPA di rilievo cancerogeno — in particolare quelli presenti nella fuliggine, nel catrame e nella pece di carbone — sono richiamate tra i processi dell’Allegato XLII e rientrano nel Titolo IX, Capo II del D.Lgs. 81/2008 (artt. 233-245), dedicato agli agenti cancerogeni e mutageni, regime più rigoroso del Capo I sugli agenti chimici pericolosi. Quando la miscela è classificata cancerogena di categoria 1A o 1B secondo il regolamento CLP (indicazioni di pericolo come H350 e, dove ricorre, H340), scattano gli obblighi rafforzati del Capo II.

RiferimentoContenuto
Allegato XLIIElenco di sostanze, miscele e processi che espongono ad agenti cancerogeni, tra cui i lavori con fuliggine, catrame e pece
Allegato XLIIIValori limite di esposizione professionale, con le eventuali notazioni cutanee

I valori limite dell’Allegato XLIII sono aggiornati periodicamente dal legislatore europeo e nazionale: verifica sempre la versione vigente sulla fonte ufficiale prima di dichiararne uno nel DVR. Diversi IPA e miscele che li contengono sono inoltre soggetti a restrizione o autorizzazione nell’ambito del regolamento REACH.

Dove si presenta

Le esposizioni più ricorrenti si incontrano in:

  • cokerie, produzione di alluminio e di elettrodi di carbone, dove si lavora carbone, catrame e pece ad alte temperature;
  • asfaltatura stradale, impermeabilizzazioni e coperture con bitumi e manti bituminosi caldi, che sviluppano fumi ricchi di IPA;
  • trattamento del legno con creosoto, posa e manutenzione di traversine e pali impregnati;
  • fonderie, trattamenti termici, combustione e pulizia di camini e caldaie (fuliggine e nerofumo);
  • esposizione ai fumi di saldatura e alle fumane di combustione, nonché ai gas di scarico dei motori a combustione.

Come si valuta

La valutazione segue l’impianto del Capo II e procede per passaggi ordinati:

  1. Identificazione: mappa tutti i materiali e le lavorazioni che possono liberare IPA. Parti dalle schede di dati di sicurezza delle miscele (catrami, bitumi, oli, creosoto) e ricorda che gli IPA si formano anche dove non compaiono in alcuna etichetta di acquisto, ad esempio nei fumi di combustione e nella fuliggine.
  2. Stima dell’esposizione: valuta durata, frequenza, quantità e vie di assorbimento, considerando sempre sia la via inalatoria sia quella cutanea. Dove servono dati oggettivi si esegue il monitoraggio ambientale con campionamento nella zona di respirazione e analisi di laboratorio secondo le norme tecniche, spesso riferito a un marcatore come il benzo(a)pirene; il monitoraggio biologico (ad esempio l’1-idrossipirene urinario) può integrare il quadro, specie dove è rilevante l’assorbimento dermico.
  3. Confronto con il valore limite: verifica il rispetto dei valori eventualmente previsti dall’Allegato XLIII, tenendo presente che per i cancerogeni l’obiettivo è ridurre l’esposizione al più basso valore tecnicamente possibile, non limitarsi a “stare sotto la soglia”.
  4. Registrazione nel DVR: motiva le scelte, indica il numero di esposti e le misure adottate. La valutazione va rinnovata a ogni modifica rilevante di materiali, processi o cicli.

Misure di prevenzione e protezione

La gerarchia è vincolante, non un menu:

  1. Eliminazione e sostituzione (art. 235): primo obbligo è evitare la miscela a IPA sostituendola, per quanto tecnicamente possibile, con prodotti o cicli meno pericolosi (ad esempio bitumi a bassa emissione, processi a temperatura più contenuta, prodotti privi di creosoto). La verifica va documentata anche quando l’esito è negativo.
  2. Ciclo chiuso: dove la sostituzione non è praticabile, produzione e uso in sistema chiuso per quanto tecnicamente possibile.
  3. Misure tecniche e organizzative (art. 237): aspirazione localizzata sulle sorgenti di fumi e aerosol, lavorazione a temperature controllate, segregazione delle aree, limitazione del numero di esposti e dei tempi, pulizia a umido o con aspiratori a filtro assoluto anziché a secco o con aria compressa.
  4. Misure igieniche: divieto di mangiare, bere e fumare nelle aree a rischio, indumenti di lavoro separati da quelli civili con spogliatoi doppi, lavaggio e decontaminazione a carico del datore di lavoro — essenziali per contenere il contatto cutaneo con fuliggine, catrame e oli che è una via di assorbimento primaria.
  5. DPI: respiratori adeguati e guanti e indumenti resistenti alle miscele oleose e catramose come ultima barriera, mai in sostituzione delle misure collettive. L’aspirazione e la ventilazione industriale restano la misura primaria; per la scelta dei respiratori si rinvia alla protezione delle vie respiratorie.

Sorveglianza sanitaria

I lavoratori esposti sono sottoposti a sorveglianza sanitaria obbligatoria da parte del medico competente, con protocollo mirato all’apparato respiratorio, alla cute e alle vie urinarie e, dove indicato, al monitoraggio biologico. Il datore di lavoro istituisce e aggiorna il registro degli esposti (art. 243), tenuto tramite il medico competente, comunicato all’INAIL secondo le procedure previste e conservato per un periodo prolungato dopo la cessazione dell’esposizione, data la lunga latenza delle patologie; gli aspetti operativi sono descritti nella guida al registro degli esposti a cancerogeni. Gli esiti anonimi collettivi rientrano nella valutazione del rischio, chiudendo il cerchio tra dati sanitari e misure di prevenzione.

Errori comuni

  1. Trattarli come rischio chimico ordinario: applicare solo il Capo I e ignorare gli obblighi rafforzati del Capo II per le miscele cancerogene è un errore classico e sanzionabile.
  2. Cercarli solo nelle etichette: gli IPA si formano nei processi di combustione e non compaiono in nessuna etichetta di acquisto; vanno mappati nelle lavorazioni, non solo nei prodotti.
  3. Trascurare la via cutanea: contro l’assorbimento dermico servono indumenti idonei, igiene e decontaminazione, non solo la protezione respiratoria.
  4. Fidarsi della sola ventilazione generale: senza aspirazione alla fonte sui fumi caldi non si è “a norma”.
  5. Congelare la valutazione: un nuovo materiale, un nuovo ciclo o l’aggiornamento degli allegati rendono obsoleto il DVR in archivio.

Domande frequenti

  • Gli IPA sono un rischio chimico o un cancerogeno?

    Le miscele e i processi che espongono a IPA di rilievo cancerogeno — tipicamente fuliggine, catrame e pece di carbone, classificati cancerogeni di categoria 1A o 1B secondo il regolamento CLP — ricadono nel Titolo IX Capo II del D.Lgs. 81/2008, più severo del Capo I sugli agenti chimici: sostituzione prioritaria, riduzione al minimo tecnicamente possibile, registro degli esposti e sorveglianza sanitaria specifica. La classificazione va verificata sulla scheda di sicurezza della singola miscela, perché gli IPA raramente si acquistano come tali e più spesso si formano nei processi.

  • Perché la protezione della pelle è così importante con gli IPA?

    Molti IPA si assorbono in modo rilevante anche per via cutanea, oltre che per inalazione: il contatto con fuliggine, oli esausti, catrame e pece è una via di esposizione storica (la prima malattia professionale documentata fu proprio il cancro della pelle degli spazzacamini). Per questo accanto all'aspirazione localizzata servono indumenti idonei, igiene rigorosa e divieto di contatto diretto con materiali impregnati.

  • Esiste un valore limite di esposizione per gli IPA?

    Per alcune frazioni o marcatori degli IPA il legislatore europeo e nazionale ha introdotto valori limite di esposizione professionale, con eventuale notazione cutanea, riportati negli allegati del D.Lgs. 81/2008. Il valore numerico va sempre verificato nel testo vigente dell'allegato, che è la fonte ufficiale e viene aggiornato periodicamente; per i cancerogeni il rispetto del limite non esaurisce comunque l'obbligo di ridurre l'esposizione al minimo tecnicamente possibile.