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TUS

Scheda rischio

Annegamento e lavori in prossimità di acqua

Giulio Morelli

RSPP — Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione

Il rischio in breve

L’annegamento è un evento rapido e spesso silenzioso: bastano pochi minuti, e talvolta pochi centimetri d’acqua, perché un lavoratore caduto perda coscienza. Il pericolo non riguarda solo chi opera in mare o su fiumi, ma anche chi lavora su banchine, argini, ponti, vasche di depurazione, bacini di raccolta, scavi allagati e canali. L’acqua fredda aggrava tutto: riduce in secondi la capacità di nuotare e chiedere aiuto. Per questo il rischio si governa impedendo la caduta e organizzando un recupero che scatti in tempi utili, non affidandosi alla sola capacità natatoria di chi lavora.

Cosa dice la norma

Non esiste un capo dedicato al solo annegamento: il rischio si costruisce combinando gli obblighi generali con le regole di cantiere.

  • L’obbligo di valutare tutti i rischi e di scegliere le misure di prevenzione discende dall’art. 28 e dalle misure generali di tutela. Dove c’è acqua in cui si può cadere, il rischio va esplicitato nel DVR, non dato per scontato.
  • Nei cantieri temporanei o mobili si applica il Titolo IV: quando i lavoratori operano in prossimità di corsi o specchi d’acqua, vanno adottate misure per evitare la caduta e predisposti mezzi di soccorso, secondo le prescrizioni tecniche dell’Allegato XVIII su viabilità, protezioni dei posti di lavoro e trasporto dei materiali.
  • I dispositivi di galleggiamento sono DPI: la loro fornitura e il loro uso corretto seguono gli obblighi sull’uso dei DPI, con l’aggravante della terza categoria per gli equipaggiamenti destinati a proteggere da rischi mortali.

Per gli importi delle sanzioni e per il testo puntuale delle prescrizioni si rimanda alle fonti ufficiali e al testo vigente del decreto.

Come si valuta

La valutazione parte da una mappa dei punti dove è possibile finire in acqua:

  1. Individua le fonti di caduta: bordi non protetti, passerelle, pontili, argini scivolosi, vasche e pozzetti aperti, scavi soggetti ad allagamento.
  2. Considera le condizioni dell’acqua: profondità, temperatura, corrente, presenza di fango o vegetazione che ostacola il recupero, sostanze pericolose nelle vasche di processo.
  3. Pesa i fattori aggravanti: lavoro isolato, buio, sponde ghiacciate o oleose, trasporto di carichi sul bordo, uso di attrezzature che sbilanciano.
  4. Verifica i tempi di soccorso: quanto tempo passa realmente tra la caduta e il recupero? Se la risposta non è “pochi minuti”, la misura organizzativa è insufficiente.

Il risultato non è un numero, ma la scelta gerarchica delle protezioni per ciascun punto critico.

Le misure, in ordine di priorità

  1. Impedire la caduta: è la difesa più efficace. Parapetti normati sui bordi, passerelle con sponde e corrimano, coperture o griglie sulle vasche, delimitazione e segnalazione delle aree, illuminazione adeguata dei percorsi. Dove c’è un parapetto solido, il rischio di annegamento scende drasticamente.
  2. Misure organizzative: divieto di lavoro isolato sul bordo o sull’acqua, sorveglianza reciproca a vista, procedure per il maltempo e per le piene, limitazione dei lavori quando corrente o freddo rendono impossibile un recupero rapido.
  3. DPI e mezzi di recupero: giubbotto o cintura di galleggiamento quando la caduta non è altrimenti evitabile — un DPI di terza categoria che richiede addestramento, non semplice consegna. A questi si affiancano i mezzi di soccorso pronti all’uso: salvagente anulare con cima di lancio, gancio di recupero, scala di risalita, e dove necessario un natante. Il personale deve saperli usare, perché un salvagente appeso a un chiodo e mai provato non salva nessuno.

Sorveglianza sanitaria e primo soccorso

Non esiste un protocollo di sorveglianza dedicato all’annegamento come per gli agenti fisici, ma il tema entra comunque nel giudizio di idoneità alla mansione: chi opera stabilmente sull’acqua deve poterlo fare in sicurezza, e condizioni personali che riducono capacità di reazione o galleggiamento vanno considerate dal medico competente. Sul fronte emergenze, il piano deve prevedere addetti al primo soccorso formati alla rianimazione: un soggetto recuperato dall’acqua può richiedere manovre immediate. Se l’attività si svolge in vasche o pozzi chiusi, il rischio si somma a quello degli spazi confinati, con procedure e presidi ancora più stringenti.

Errori comuni

  1. Dare per scontato che “sa nuotare”: la capacità natatoria non è una misura di sicurezza. Acqua fredda, vestiti pesanti, urto nella caduta o perdita di coscienza la annullano in pochi secondi.
  2. Fornire il giubbotto e fermarsi lì: senza mezzi di recupero pronti e personale addestrato, il galleggiamento fa solo guadagnare qualche minuto in più di attesa.
  3. Trascurare l’acqua “poco profonda”: canali, vasche e pozzetti bassi provocano annegamenti, spesso perché la vittima resta incastrata o priva di sensi.
  4. Ignorare il lavoro isolato: sul bordo dell’acqua chi cade senza testimoni difficilmente viene soccorso in tempo; la sorveglianza a vista è parte integrante della prevenzione, in edilizia come nella manutenzione degli impianti idraulici.

Domande frequenti

Il giubbotto di galleggiamento è un DPI obbligatorio?

Sì, quando la valutazione rileva un rischio di caduta in acqua non altrimenti eliminabile, il datore di lavoro deve fornire un dispositivo di galleggiamento adeguato. È un DPI di terza categoria: richiede quindi consegna documentata e addestramento all'uso, non solo la messa a disposizione.

Bastano i giubbotti oppure servono anche misure collettive?

Le protezioni collettive vengono prima. Parapetti, passerelle con sponde, reti e delimitazioni che impediscono la caduta sono prioritari rispetto al DPI, che protegge solo dopo che la caduta è già avvenuta. Il giubbotto è la misura di ultima istanza, non la prima.

Che cosa deve prevedere il piano di emergenza in prossimità di acqua?

Modalità di allarme, mezzi di recupero immediatamente disponibili (salvagente anulare con cima, gancio, all'occorrenza natante), personale addestrato al recupero e al primo soccorso, e sorveglianza che eviti il lavoro isolato dove si opera sul bordo o sull'acqua.

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